I FIGLI DEGLI UOMINI - Alfonso Cuaron

LONDON CALLING !! La capitale Britannica elevata ad archetipo cinematografico della metropoli apocalittica e dopo le atmosfere Orwelliane di V FOR VENDETTA, le atmosfere zombi-lisergiche di 28 GIORNI DOPO e le bollenti peripezie dragonesche de IL REGNO DEL FUOCO ( solo per citarne alcuni tra i più recenti, se ricordate qualche altro titolo segnalatemelo pure ) arriva il COMBAT MOVIE ( tanto per ricitare i CLASH ) targato Alfonso Cuaron. Le vicende sono ambientate nel 2027 ma risultano drammaticamente attuali : Londra è triste e cupa, invasa dalla sporcizia e dall'immondizia ( sembra Napoli in piena emergenza rifiuti, manca solo Bassolino a fare la predica dai maxischermi ), le frontiere sono bloccate agli " extracomunitari " ( e qui i riferimenti all'attualità si sprecherebbero ) e la xenofobia dilagante ha generato moderni (?) lager in cui sfogare tutta la violenza repressa. E' vero, più che una sinossi sembra un notiziario di mezza giornata. Diciamo allora che per completare questo quadretto idilliaco ( il film è tratto da un romanzo di un'arzilla autrice Inglese , P. D. JAMES )
l'umanità è sull'orlo dell'estinzione visto che l'ultimo bambino è nato 18 anni prima ( e fatto fuori all'inizio del film ) a causa di una misteriosa epidemia che ha reso tutte l donne del pianeta fertili.
Bene, io non ho visto Y TU MAMA TAMBIEN ( sfortunatamente ? ) e di HARRY POTTER E IL PRIGIONIERO DI AZKABAHN non conservo un buon ricordo ( ma ciò è senz’altro imputabile alla mia avversione per il maghetto occhialuto ) , ma questo I FIGLI DEGLI UOMINI lo ricorderò davvero a lungo. In tutto questo bailamme infatti , il virtuoso cineasta messicano si muove con un grazia davvero inusuale e nonostante un budget di tutto rispetto ( 80 milioni di dollari ) riesce ad eludere gli stilemi del BLOCKBUSTER fracassone e conciliante confezionando un film dalle marcate sfumature autoriali Il tutto avvolto in un atmosfera decadente che riporta alle visioni apocalittiche del 12 MONKEYS di Terry Gilliam piuttosto che al ( pur ottimo ) DAY AFTER TOMORROW di Roland Emmerich ( giusto per intenderci ). Ci regala inoltre un nuovo personaggio da aggiungere alla galleria degli antieroi di celluloide : Theo, un disilluso ex attivista destinato a cambiare il mondo in infradito . Il quarto d’ora finale poi, è da antologia . Cuaron condensa nella sequenza dell’assedio tutta la sua visione del cinema ( e non solo ) con una frenetica e insanguinata Mdp che , in un susseguirsi di memorabili piano sequenza, si muove con voracità nell’intestino dell’uomo cercando di arrivare ad una risposta. E quando Theo , Kee e il piccolo sono li, con l’esercito paralizzato dinanzi al miracolo della vita , la risposta ( speranza ) sembra materializzarsi dinanzi ai nostri occhi rapiti.
Poi un tracciante ci riporta alla realtà, una realtà che non prevede vincitori e vinti ne tantomeno buoni e cattivi.
LONDON BURNING !!

V FOR VENDETTA
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IL REGNO DEL FUOCO

UNITED 93 - di Paul Greengrass

" ... E’ tutto vero." E' il pensiero costante , ricorrente ( fotogramma dopo fotogramma ) di questo sconvolgente film di Peter Greengrass ( BLOODY SUNDAY ). Il suo stile , a metà tra il documentario e la fiction , inizia a diventare un pregevole marchio di fabbrica. Abituato a lavorare in maniera essenziale ( macchina a spalla e via ) Greengrass ci propone un lavoro che ha nell'essenzialità il suo pregio maggiore , scevro di retorica e impregnato di un'angoscia che ti attorciglia le budella dalla prima all'ultima sequenza. Ha il pregio di non giudicare, di non impegnarsi in interpretazioni , ma solo di riproporre gli avvenimenti basandosi sulla cronaca e ( soprattutto ) sulle testimonianze dei familiari delle vittime di quel volo schiantatosi in Pennsylvania l’11 settembre 2001. E il risultato è davvero agghiacciante. La scelta di utilizzare attori del tutto sconosciuti si rivela fondamentale nel consentire un’immedesimazione pressoché totale dello spettatore, e in effetti questo ultimo viaggio dello United 93 si rivela una vera e propria esperienza, capace di suscitare emozioni e sentimenti contrastanti. Un’ esperienza impostata sull’ineluttabilità degli avvenimenti , il collante di tutte le vite che il tragico destino decide di riunire su quel volo. Sappiamo benissimo che quei sorrisi, quelle lacrime, quei sogni, quelle telefonate saranno gli ultimi. Che il destino di tutti i passeggeri è in attesa tra i prati della Pennsylvania.
Il ritmo è incalzante, il montaggio serrato. Il film si apre con l'ultima notte dei dirottatori ( vulnerabili e spauriti per tutto il film ) e si conclude con la terribile "battaglia" finale nella cabina di volo. Due ore abbondanti per raccontare ( imoeccabilmente ) la giornata che ci ha cambiati per sempre. Ma nonostante tutto ( e questo è il pregio più grande di UNITED 93 ) non è odio quello che viene foraggiato dalla visione di questo film. Non è desiderio di rappresaglia. E’ solo pietà. Pietà per l’uomo e la sua mediocrità.
UNITED 93 è anche un film sulla scelta, quella di morire.
Morire da martiri. Morire da eroi. Morire da uomini,abbracciati alla propria vita.

THE DEPARTED - di Martin Scorsese

Ovvero il ritorno , dopo la pausa qualitativa di THE AVIATOR . di Martin Scorsese, Mr. C-I-N-E-M-A , il più grande dei registi viventi. Ci stiamo sbilanciando un po troppo? Non direi. Visto che nessuno riesce a dare ad un film quel senso di epico, di maestoso che è il marchio di fabbrica del caro, vecchio buon Martin. Perché se è di cinema che stiamo parlando, stiamo parlando di un capolavoro.
Con un prologo ( i dieci minuti prima dei titoli di testa ) che sono come il rullare di tamburi prima del colpo sensazionale ( che arriva, eccome ). Il bene e il male che partono in parallelo e iniziano ad intrecciarsi in spire sempre più strette che ti incatenano alla poltrona e ti costringono a guardare col fiato sospeso. Scorsese in grado di cristallizzarti facendo sfoggio di tutta la sua maestria, che si parli di montaggio ( più che parallelo o incrociato ,direi proprio a “spirale “ ) o di una semplice pausa ( cazzo, la sequenza western del “cellulare” , con Damon e Di Caprio pistoleri del nuovo millennio che duellano senza proferir parola , solo con la tensione degli occhi, in un susseguirsi quasi insostenibile di primi piani …. ). La macchina da presa che ti ammalia con i suo arabeschi continui, ma la sua è maestria e non stucchevole autocelebrazione. La sua arte è mezzo e mai fine.
Beh, se non è GRANDE CINEMA questo …